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Di: Flaminia Fazi
Flaminia Fazi, autrice di "La perfetta leadership", intervistata da Mindpoint
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Il tuo ultimo lavoro, “La perfetta leadership”, pubblicato da Lupetti, è un’analisi dettagliata e sistematica delle caratteristiche che il perfetto leader dovrebbe incarnare. La leadership, nella tua concezione, è un’abilità che si acquisisce una volta per sempre (come l’andare in bicicletta, per cui si dice che non si disimpara più) o, piuttosto, un cammino sempre in divenire? Credo che la leadership sia un cammino di montagna, con salite e discese, ampi e suggestivi scenari e stretti valichi che il leader affronta con fiducia nei confronti del futuro. In questo percorso arduo ma gratificante, il leader dimostra un persistente impegno nel momento presente, forte degli apprendimenti fatti e confidente della propria capacità di continuare ad apprendere, trasformarsi e di rendersi sempre più efficace ad ogni passo. Tutti possiamo affrontare un cammino di montagna, purchè capaci di valutare con oggettività le proprie caratteristiche e capacità , e disponibili ad affrontare un percorso di scoperta con l’entusiasmo di un bambino, l’energia di un adulto nella sua massima espressione e la saggezza di un anziano.
Alla fine di ogni parte del tuo libro ci sono alcune domande dirette rivolte al lettore (i “question time”, li hai chiamati), che invitano a riflettere ed a valutare il proprio stile di leadership. Che importanza ha, per il leader, questa capacità di autovalutazione? Tanto più si sale la scala gerarchica e tanto più è difficile ricevere feedback utili per il proprio sviluppo dalle persone che ti sono accanto. Un po’ perché è più facile incontrare la compiacenza che il confronto, ed un po’ perché per migliorare di continuo, quando già si è realizzato un alto livello di performance e di sviluppo, si ha bisogno di feedback raffinati che pochi sono capaci di offrire. L’autovalutazione come atteggiamento integrato coerentemente nella relazione con se stessi, è un’ottima guida nella crescita e nel miglioramento continuo. Permette di affrontare qualunque impresa certi di poterne ricavare un successo sicuro, per la propria vita e per quella degli altri.
Ho trovato davvero interessante l’ultima parte del tuo libro: “La perfetta leadership per se stessi”. Mi pare vada contro una certa concezione efficientista della leadership e ad un’immagine del leader costantemente impegnato “sul campo”. Piuttosto, dici, è necessario sapersi ritagliare spazi di formazione, ma anche di riflessione. Ci dici qualcosa su questo punto? Ritengo che sia fondamentale per chiunque soffermarsi a rileggere se stessi, i propri comportamenti ed i propri risultati; rivalutare i propri obiettivi in funzione della meta da raggiunegere e le conquiste già fatte. Un leader che non ha solamente la responsabilità di se stesso ma anche di altri, come il suo team o l’organizzazione stessa nella quale si esprime, dovrebbe considerare momenti del genere una delle attività più importanti legate al suo ruolo.
Tu ti occupi di coaching. Come vedi i progressi che questa disciplina ha compiuto in Italia? Quali le differenze con l’esperienza anglosassone, se ce ne sono? Si parla più diffusamente della disciplina del coaching solo da qualche anno. Ancora molto spesso ad un’ampia diffusione del termine “coaching” non corrisponde una sua corretta attribuzione. In tal senso, trovo prezioso il contributo di tutti i professionisti impegnati a divulgarne l’efficacia, le caratteristiche distintive, il codice etico e gli standard professionali. Ogni contributo in questa direzione accresce il livello di qualità del servizio e le credenzialità di chi lo offre. A livello internazionale, ad esempio nel mondo anglosassone e ancor più in America del Nord, si parla oramai di un mercato consolidato in cui operano coach allineati ad elevati standard professionali ed etici e clienti che riconoscono lo straordinario valore aggiunto del coaching ed hanno imparato a scegliere un coaching di qualità . In Italia si stanno facendo dei progressi notevoli in tal senso, anche se trovo ci siano ancora dei passi da fare per raggiungere il livello qualitativo che si può rilevare negli altri paesi europei come la Spagna, la Francia, la Germania e nel mondo anglofono. Ho la fortuna di lavorare anche in questi paesi e devo dire che dà molta soddisfazione essere riconosciuti per la propria qualità professionale e stimolati da un mercato che si rivolge al coaching con consapevolezza ed impegno. Qui da noi si lavora ancora molto sulla cultura del coaching, anche se i clienti della mia azienda hanno finora dimostrato una grande maturità nell’accesso e nell’utilizzo del coaching come strumento di sviluppo, non solo delle persone ma della stessa organizzazione. Sono estremamente fiduciosa nel futuro di questa professione. |