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Generali o caporali

Di: Mario Furlan

Mario Furlan, autore del libro "Risveglia il campione in te", spiega come vincere la rabbia

 

A volte basta un nonnulla - una parola che sembra offensiva, un gesto che appare provocatorio - per farci scattare. Per farci perdere l'autocontrollo ed esplodere in reazioni aggressive. Con famigliari, amici, colleghi. Salvo poi pentircene. E chiederci come mai abbiamo avuto quel comportamento così spropositato, così sopra le righe.

Le motivazioni possono essere duplici.

1) Ragioni fisiologiche. Abbiamo provato sulla nostra pelle che quando siamo stanchi, stressati, tesi, oppure quando abbiamo un dolore fisico il nostro carattere si trasforma. Diventiamo più nervosi, suscettibili, tesi. A volte più intolleranti. Durante il ciclo mestruale molte donne si comportano in modo diverso dal solito: il problema fisico le spinge o all' introversione, oppure all'aggressività. Ma cambiamo il nostro atteggiamento anche quando eccediamo con gli alcolici, oppure quando assumiamo droghe. E il fumatore che smette di fumare per alcuni giorni può diventare intrattabile, un pochettino come un eroinomane in crisi d'astinenza. Per tutte queste cause il consiglio non può che essere uno. Ovvio, banale, ma l' unico valido: vivi una vita sana.
Ne guadagnerà non solo il corpo, ma anche il carattere. E quindi le relazioni con il mondo esterno.

2) Ragioni psicologiche. Dovute, spesso, a un atteggiamento difensivo. La nostra reazione veemente, impetuosa, eccessiva è infatti la conseguenza di un'aggressione. A volte soltanto presunta. Ci sembra che qualcuno ci attacchi, o che ci metta in difficoltà. E allora reagiamo come il cane braccato: digrigniamo i denti, abbaiamo.
Ma perché ci mettiamo sulla difensiva anche quando l'altro non ha affatto intenzione di aggredirci? Semplice: perché abbiamo paura. Perché ci sentiamo deboli, insicuri di noi stessi. Perché basta poco per metterci in crisi. Un aneddoto che risale alla Seconda guerra mondiale racconta che una notte il generale Montgomery, comandante in capo delle truppe britanniche in Nordafrica, andò a ispezionare le sue prime linee. Un soldatino gli puntò contro il fucile gridando: "Fermati, brutto bastardo, o sparo!" Poi si accorse dell'errore e si profuse in scuse: "Generale, mi perdoni, non mi punisca, non l'avevo riconosciuta." E Montgomery, sorridendo magnanime: "Non è successo niente, ma ringrazia il cielo che non sono un caporale". Lui, il grande capo, era talmente sicuro di sé che una piccola offesa nemmeno lo scalfiva. Ma un caporale, quindi un militare appena sopra il soldato semplice, avrebbe potuto viverla come un'ingiuria imperdonabile, un attacco frontale al suo ego. E avrebbe reagito punendo duramente il colpevole di tale infamia.
Un capo insicuro, incapace di guidare i suoi sottoposti, reagisce stizzito a ogni espressione che potrebbe sembrare di critica nei suoi confronti. Invece un leader sicuro di sé, rilassato, accetta la critica. Sa che, se è costruttiva, lo sprona a migliorare.
Un professore alle prime armi può avere paura non essere all'altezza di fronte ai suoi allievi; sorridono, si stanno forse prendendo gioco di lui? La prima reazione è spesso di rabbia, di stizza: sbattere lo studente fuori dall'aula.
Capita, poi, che siano alcuni argomenti particolari a ferirci e a farci venire la mosca al naso. Un marito che crede che la moglie lo tradisca si sente vulnerabile quando si parla di partner e di amanti, anche quando si è seduto al bar con gli amici. Forse sospetta che abbiano scoperto le sue corna. C'è dunque da meravigliarsi se reagisce male a battute innocenti?
Morale: quanto più sei sicuro di te, tanto più ti senti forte e le parole degli altri non ti toccano. Le reazioni aggressive incontrollate sono sintomo di debolezza. Se capitano, appena siamo sbolliti riflettiamo sul nostro comportamento. E sforziamoci di capire quali nervi scoperti sono stati toccati. Messo a fuoco il problema, cerchiamo di restare tranquilli e controllati la prossima volta che ci viene da tirare fuori le unghie. La conoscenza della causa non basta, da sola, a riportare il nostro comportamento sui binari che vogliamo; tuttavia è di grande aiuto. Perché, se ci capita ancora di reagire d'impulso, possiamo identificarne la causa.
Il Buddha sorrideva quando si sentiva in preda alla collera: perché, spiegava, così mando dei segnali di quiete al mio cervello. Altri consigliano di contare fino a dieci: perché, superati i primi secondi di reazione esasperata, è più facile riprendere le redini della situazione. Altri ancora suggeriscono di respirare profondamente, con il diaframma: ossigenando i polmoni sbollisco prima. Tante tecniche, un solo scopo: ricordarsi che è meglio essere generali, come Montgomery, piuttosto che semplici caporali.

 

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