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Form-azione: Vivere un’esperienza in gruppo

Di: Giovanna Combatti

Il cambiamento non si può soltanto teorizzare: lo si deve provare.

 

Ne siamo tutti sempre più convinti: il cambiamento è la filosofia da abbracciare con decisione. Il cambiamento tuttavia non si può teorizzare, lo si può solo provare. Per questo motivo nelle aziende si è sempre più spesso spinti a tirare fuori “lo spirito da esploratore” che c’è in noi.
Il cambiamento, lo sappiamo, implica innanzitutto il mettersi in discussione, è poi esplorazione di qualcosa di nuovo, movimento, è desiderio di imparare qualcosa di diverso.
Ma quando è che si impara? Quando si sbattono naso e denti di fronte a situazioni difficili: il conflitto con un collega, la difficoltà di far passare la propria idea che magari sappiamo essere la più valida, errori di valutazione delle persone, esprimere un rimprovero ad un collaboratore, fare una comunicazione difficile ai propri collaboratori che possa presentare pesanti implicazioni, ecc.
Si impara cioè quando c’è azione.
Qualcuno ha detto che il cambiamento lo si compie “con le scarpe”, viaggiando in mezzo alle culture: “camminando si apprende la vita” dice lo scrittore sudamericano Jeorge Amado.

Bisogna insomma uscire dalle aule per affrontare il tema e l’ansia del cambiamento. In aula lo si può solo vivere come esortazione: il cambiamento bisogna farlo, bisogna dunque vivere un’esperienza assieme a coloro che vogliono cambiare.

Alla base c’è la scelta della metafora, come potrebbe essere ad esempio una discesa fra le rapide di un fiume. Il gruppo si sposta nello spazio e nel tempo: la discesa in gommone è la metafora del mercato. Verso dove si cammina? Indietro, avanti, di lato, stiamo andando nella direzione sbagliata?

Nell’esperienza di gruppo si sperimentano tutte le situazioni: il gruppo è quello che prende in mano la scena, il timone dell’organizzazione. Non si lavora sulla prestanza fisica: bisogna usare la testa, la nostra risorsa che non sempre in azienda viene utilizzata con tutte le sue potenzialità. Bisogna pensare, dunque. Il gruppo prima di tutto si allena a pensare. Per dirlo in altro modo si tratta di usare più velocemente la testa per usare meglio le mani. Insomma Ulisse, e non Ercole, è l’eroe cui ci si ispira. L’allenamento è dunque verso il ricorso all’ingegno. Come qualcuno ha detto: bisogna usare tutti “i chili di cervello” di cui la natura ci ha dotato….

Stiamo usando la capacità di interazione delle persone?
Come si superano le resistenze alla creazione di un gruppo?
I singoli comprendono qual è il proprio apporto al gruppo?
L’esperienza forte vissuta in un contesto sfidante ci costringe a far cadere le maschere che indossiamo, infonde entusiasmo, fa nascere una sana competizione col gruppo e tra i gruppi ma anche si superano le diversità e succede anche che il collega “spaventi” meno.
E’ l’esperienza vissuta assieme il frutto più prezioso : si bisticcia, ci si aiuta, si negozia. E c’è un’intensità straordinaria in quello che si fa assieme.

Dunque pensiero e movimento “giocati” in gruppo sono gli ingredienti di una formazione che si fa azione.

 

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